ACQUA BENE COMUNE: storia, civiltà vita – Facoltà di scienze politiche 12 marzo 2009 Intervento Paolo Rumiz

2009 novembre 26

 

E’ un peccato che non possa parlarvi a voce. Solo a voce avrei potuto comunicarvi l’urgenza, la rabbia e l’indignazione legate al tema primordiale dell’acqua. Sono un professionista della parola scritta, ma so che solo il racconto orale sa trasmettere sentimenti forti. Questo scritto è dunque solo un ripiegamento, dovuto a forza maggiore.

 

E sappiate che gli uomini che avrei dovuto affiancare in quest’incontro sono i responsabili della mia passione per la questione idrica. Dunque perfetti per accendere anche la vostra. Mi sono occupato di molti temi nel mio mestiere. Guerre etniche e planetarie, crolli di sistemi e di alleanze politiche, esplorazione dei territori e viaggi alle periferie del mondo.

 

All’acqua sono arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una segnalazione di Emilio Molinari. Era successo che era stata approvata una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi idrici.

 

La svendita di un patrimonio comune, mascherata da rivoluzione efficentista. Tutto questo era avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella, senza proteste da parte dell’opposizione.

 

Il popolo era rimasto tagliato fuori da tutto. Gli interessi attorno all’operazione erano così trasversali che i giornali avevano taciuto, i partiti e i sindacati pure. Mi sembrava inverosimile che una simile enormità potesse passare sotto silenzio. Così ne ho scritto. E la pioggia di lettere attonite che ho ricevuto in risposta hanno confermato l’assunto. L’Italia non ne sapeva niente.

 

Non entro nello specifico di questa scandalosa ruberia inflitta agli italiani. Altri lo faranno meglio di me. Dico solo che occupandomene, dopo 35 anni di mestiere, ho provato lo stesso brivido della guerra dei Balcani.

 

Come allora, ho avuto la certezza che cadesse un sipario di bugie, e si svelasse la verità nuda di una rapina ai danni del Paese e dei suoi abitanti, l’ultimo assalto a un territorio già sfiancato dalle mafie, dalle tangenti e dalla dilapidazione del bene comune.

 

Pensiamoci un attimo. I giornali pompano mille emergenze minori per non farci vedere quelle realmente importanti. La tensione etnica aumenta. Ci parlano di clandestini, di rumeni stupratori, di terroristi annidati nelle moschee. Ci infliggono ronde per tenere testa a una criminalità che – stranamente – non include la camorra, la speculazione edilizia o lo strapotere degli ultras.

 

Televisione, telefonini, I-pod costruiscono una cortina fumogena che incoraggia il singolo ad arraffare e impedisce al gruppo di reagire. E’ così evidente. Noi non dobbiamo sapere che esiste un’altra e più grave emergenza: la distruzione del territorio. Un’emergenza così grave che la lingua dell’economia non basta più a descriverla. Oggi serve la lingua del Pentateuco, o dell’Apocalisse di Giovanni, perché viviamo un momento biblico. “E verrà il giorno in cui le campagne si desertificheranno e la boscaglia invaderà ogni cosa, i ghiacciai entreranno in agonia e l’aria diverrà veleno. Il tempo in cui la natura sarà offesa nelle sue parti più vulnerabili”.

 

Se i nostri padri ci avessero fatto una simile profezia non li avremmo creduti. Invece succede. Siamo in guerra. Una guerra contro i territori. In Italia è iniziata la guerra per l’accaparramento delle ultime risorse.

 

Sta già avvenendo: Cementificazione dei parchi naturali… Requisizione delle sorgenti… Privatizzazione dell’acqua pubblica… Discariche e inceneritori negli spazi più incontaminati del Paese. Ritorno al nucleare. Grandi opere imposte con la militarizzazione dei territori e la distruzione di interi habitat. Fiumi già in agonia, disseminati di ulteriori centrali idroelettriche. Impianti eolici che stanno cambiando i connotati all’Appennino.

 

Tutto conduce su questa strada: La ricorrente invocazione di poteri forti ai danni del parlamento. Il fallimento del pubblico e l’invadenza del privato. La sottrazione delle risorse ai Comuni. Lo smantellamento della democrazia diretta. La corsa a un federalismo irresponsabile che assomiglia tanto a una licenza di sperpero. La deregulation legislativa. La crisi della scuola e delle università. La visione speculativa e finanziaria dell’economia.

 

E’ come negli anni Trenta: crisi del capitalismo, opposizione inesistente, criminalità diffusa. Ma con in più (e in peggio) la desertificazione dei territori, lo spopolamento della montagna. Il “Paese profondo” si è talmente indebolito che oggi l’atteggiamento predatorio che abbiamo rivolto prima verso la Libia o l’Etiopia e poi verso l’Est Europa, può essere rivolto verso l’Italia medesima senza il rischio di una rivoluzione.

 

Anche noi diventiamo discarica, miniera, piantagione. E anche da noi i territori deboli sono lasciati completamente soli di fronte ai poteri forti. Come le tribù centro-africane. Guardate cosa succede con l’eolico. Gli emissari di una multinazionale dell’energia si presentano a un comune di cinquecento-mille abitanti. Offrono centomila euro l’anno per due o tre pale eoliche alte come grattacieli di trenta piani. Il sindaco al verde non ha alternative. Accetta. Per lui quelle pale sono il solo modo per pagare l’illuminazione pubblica e gli impiegati. La Regione e lo Stato non intervengono. In nome dell’emergenza energetica passano sopra a tutto, anche a un bene primario come il paesaggio.

 

Risultato? Oggi la rete eolica italiana non è il risultato di un piano ma del caso. Segna come le pustole del morbillo i territori deboli, incapaci di contrattare. Con l’acqua la situazione è ancora più limpida. Vi racconto cose che ho visto personalmente. Qualche scena, capace di illuminare il tutto.

 

Alta Val di Taro. C’è una fabbrica di acque minerali che succhia dalle falde appenniniche in modo così potente che nei momenti di siccità gli abitanti del paese – noto fino a ieri per le sue fonti terapeutiche e oggi semi abbandonato – restano senz’acqua nelle condutture pubbliche.

 

C’è una protesta ma il sindaco tranquillizza tutti in consiglio comunale. “Non abbiate paura – dice – quando mancherà la NOSTRA acqua, la fabbrica pomperà la SUA nei nostri tubi”. L’acqua del paese è data già per persa, requisita dai padroni delle minerali. L’idea che si tratti di un bene pubblico e prioritario non sfiora né il sindaco né la popolazione rassegnata.

 

Recoaro, provincia di Vicenza. Una pattuglia di “tecnici dell’acqua” (così si presentano), fanno visita a una vecchia che vive sola in una frazione di montagna. Le chiedono di poter fare delle verifiche alle falde. La donna pensa che siano del Comune. Il lavoro dura un mese. I tecnici trivellano, trovano acqua. Poi chiudono il pozzo aperto con dei sigilli. A distanza di mesi si scopre che la fabbrica di acque minerali giù in valle sta facendo un censimento delle fonti potabili in quota, in vista della grande sete prossima ventura della Terra in riscaldamento climatico. I parenti della donna si accorgono del maltolto e sporgono denuncia. Scoprono di essersi mossi appena in tempo per evitare l’usocapione del pozzo. Il sindaco tace. Gli abitanti di Recoaro pure. Ciascuno vende le sue fonti in separata sede.

 

Castel Juval, in val Venosta. Qui potete fare le vostre verifiche da soli. Vi sedete al ristorante dell’agriturismo di Reinhold Messner e chiedete dell’acqua. Scoprirete di avere due opzioni. L’acqua minerale – la notissima acqua propagandata dall’alpinista sud-tirolese – e l’acqua di fonte. La fonte di Reinhold Messner. Ebbene, anche questa è a pagamento. Metà prezzo rispetto a quella in bottiglia, ma anch’essa a pagamento. E la gente beve, estasiata. Vedere per credere.

 

Che dire? Come gli abitanti della Somalia o del Mali, siamo disposti a pagare ciò che ci sarebbe dovuto gratuitamente. Abbiamo rinunciato a considerare l’acqua come pubblico bene. La nostra sconfitta, prima che economica, è culturale. La grande vittoria del secolo scorso fu l’acqua nelle case. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro. Siamo ridiventati portatori d’acqua. Come gli etiopi, arranchiamo per le strade con carichi inverosimili d’acqua e non riflettiamo che il valore reale della medesima è appena un centesimo del costo della bottiglia. Meno del costo della colla necessaria a fissare l’etichetta.

 

Il dramma non è solo lo scempio delle risorse, ma la nostre insensibilità alla rapina in atto. Abbiamo accettato di farci derubare. Siamo un popolo rassegnato, e i signori delle risorse lo sanno perfettamente. Il dossier di un’azienda multinazionale finlandese descrive così una regione italiana del centro: “facilità di penetrazione, costi d’insediamento minimi, zero conflittualità sociale”. Soprattutto, “poche obiezioni ecologiche”.

 

Sembra il Congo, invece è Italia.

 

Grazie di avermi ascoltato.

 

 

The new manifesto!!

2009 ottobre 5
di l.nera

happy

bias

2009 marzo 20

Il bias di conferma è un fenomeno intellettuale al quale l’uomo è soggetto.
È un processo mentale che consiste nel prendere atto delle informazioni ricevute e selezionarle in modo da porre maggiore attenzione e, quindi, attribuire maggiore credibilità a quei dati che confermano le proprie credenze e, viceversa, ignorare o sminuire quelli che contraddicono le nostre credenze supposte.

1380448934_c0f472a5011

Ne sono completamente ed irrimediabilmente affetta..sob

domande sugli uomini…

2009 marzo 18

Premessa: sia chiaro che amo il mio uomo e non c’è di meglio di lui in circolazione perché farei follie per lui se solo me lo chiedesse (e non me lo chiede..)

eppure ormai è una costante ricorrente della mia vita farmi delle domande sugli uomini, o su di lui.

Perché?!
Io dico, ma vi costa tanto, per una volta, assecondarci quando facciamo i capricci, quando abbiamo il momento lamento in cui vediamo tutto nero e basta?
Non potreste semplicemente abbracciarci e starci vicini con AMORE (vero) e stare semplicemente in silenzio senza peggiorare la situazione?

abbraccio1

Consolarci, o che so, magari portarci a prendere un gelato, magari rinunciare a un impegno per stare con noi, per farci capire che VOLETE stare con noi, davvero. E non solo a parole..
A dirci che ci amate solo quando la situaizone è al limite della sopportazione e allora sembrate soltanto falsi?
E’ chiedere troppo? Forse sì. Forse non ne siamo capaci nemmeno noi (donne) perché fondamentalmente viviamo in un mondo individualista e l’amore non sappiamo più cosa sia da tempo.

Forse sono solo stanca di avere gente moralmente giusta, razionale e meticolosa intorno a me, che nessun granello di polvere può essere fuori posto, nessuna parola lasciata al caso, nessuna situazione incontrollata…

Perché mi sento fondamentalmente in gabbia, bloccata da schemi mentali altrui che non mi lasciano esprimere per quello che sono davvero, con i miei sbotti e miei schizzi paranoici quando mi viene l’ansia da abbandono, da tutto negativo senza via d’uscita.

c’è il sole. sì, c’è il sole e sembra pieno inverno. inside me.

Sulla brezza dell’alba ti farà brillar come il sole…

2009 febbraio 16
di l.nera

3133145215_00f5ba6c5a

“Cos’altro fa il nostro matto, piange? No. Ha solo gli occhi un pochino lustri per via dell’enorme velocità, è chiaro. Comunque no, mica piange. E poi è un Girardengo, cazzo.
Dio, come fila adesso. Dico, ma lo vedete?
Ma si, lasciamolo correre questo ragazzo, e date retta al sottoscritto che lo conosce da sempre. Se ha gli occhi un pochino lustri, è per via che il vecchio Alex, quando fila così è come il vento…”

Relatività

2008 novembre 25

E ad un certo punto ti rendi conto di come sia tutto relativo.
Di quanto piccoli siamo, di quanto poco conti tutto quanto, tranne le persone.E te ne accorgi quando succedono le cose peggiori, quando pensi a cos’avresti voluto o non voluto fare prima, alle parole cha avresti voluto dire.

E tutti quei silenzi diventano macigni e allo stesso tempo perdono di importanza, e le barriere, mentali e fisiche, che si sono frapposte tra te e le tue emozioni, vorrebbero sciogliersi ma non ne hanno la forza – il coraggio, perché non hanno senso e tutto rischia allora di rimanere lì, congelato e inutile. E gli abbracci che vorresti dare rimangono solo gesti amputati…

Eppure ci sono, forti e vivi come non mai, e veri, sinceri, seppur distanti e, appunto, ormai inutili.
Io ci sono, davvero, voglio esserci…in qualche modo…

2199307139_2a087a5612_m

blog si, blog no

2008 ottobre 24
di l.nera

da una parte tutta questa faccenda di facebook, che io non capisco e in cui non voglio entrare, l’idea di abbandonare anche questo blog, che ormai sta producendo ragnatele…

e poi dall’altra la volontà di tenerlo vivo solamente perché mi va proprio perché è inutile.

bah, a volte non mi capisco. anyway…toda va sobre ruedas.

incontenibile

2008 settembre 10
tags:
di l.nera

vi è mai successo di essere così felici da non riuscire a contenervi?

ecco.

:)

Cristallino

2008 settembre 9
di l.nera

All’improvviso ieri mi sembrava di avere tutto chiaro. è così semplice se uno ci pensa… Perché se sei innamorato di qualcuno, non esiste nessun altro, nessun dubbio o ripensamento, non vedi nient’altro, nè ora nè mai, nessun amico ti mette in crisi e non ci sono pensieri strani, rimpianti o rimorsi per cose che si sono dette o fatte o che si vorrebbero dire o fare. Credo sia così che dovrebbe essere. E, finalmente, lo è!

montagne

2008 settembre 8
marmolada

marmolada

Io e lui e tutta la natura intorno e un mondo intero a dirci solo di stare bene insieme senza nessun altro pensiero, senza nessun problema e questa montagna, questi prati, queste rocce…tutto meravigliosamente perfetto per accogliere noi due sotto lo stesso cielo in un unico abbraccio.
Non mi capitava da tantissimo tempo di essere così felice da avere il cuore che quasi quasi scoppia e stare senza vederlo per tutte quelle ore, lui lassù tra i ghiacci ed io a pensare solo a quando lo rivedrò e lo riabbraccerò e a quanto sono persa di lui, come quando sei in un mondo parallelo e non esiste nient’altro e nessun altro. Mi sa che prima o poi scatta la follia e scappo con lui da qualche parte…il mio sole!